IN LIBRERIA

“La strada ora si faceva ingombra di profughi. Sull’Altipiano di Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei Sette Comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando sui carri a buoi e sui muli vecchi, donne e bambini e quel poco di masserizie che aveva potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra erano come naufraghi. Nessuno piangeva ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre. La nostra colonna cessò i canti e si fece silenziosa. Sulla strada non si sentiva altro che il nostro passo di marcia e il cigolio dei carri”. (Emilio Lussu)

Fare cultura significa spesso trasmettere alle nuove generazioni valori e conoscenze storico-ambientali che non gli facciano dimenticare chi sono e da dove vengono. E’ soprattutto pensando a loro che l’Associazione Storico Culturale Fronte Sud Altopiano 7 Comuni desidera dare particolare risalto alle migliori pubblicazioni sulla Grande Guerra realizzate non solo a beneficio dei tecnici ma anche di coloro che vogliono riscoprire quella storia avvicinandosi alla natura dove fu protagonista.

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LA CROCE IN TRINCEA

Quella del Cappellano militare fu senz’altro una figura fondamentale nel corso della Grande Guerra. La sua funzione infatti, durante i lunghi periodi passati al fronte, andò ben oltre quella liturgica divenendo per i soldati, a seconda dei casi, padre, medico, commilitone e confessore. Figure a tutto tondo quindi quelle dei Cappellani militari, capaci di guidare i propri compagni nei sanguinosi attacchi alla baionetta come di parole prive di qualsiasi retorica nazionalista, cariche di una sincera compassione anche per il nemico in quanto anch’egli uomo prima che soldato. Dalle loro memorie e diari, raccolti nel presente volume, traspare con disarmante semplicità tutto l’orrore della guerra ma anche tutta l’umanità che ostinatamente continuava a popolare le trincee in quei difficili anni. La loro non fu però l’unica croce in trincea; anche le crocerossine svolsero infatti una funzione chiave e spesso sconosciuta, come dimostrano le loro testimonianze raccolte in questo volume. Attraverso la loro narrazione degli eventi possiamo gettare nuova luce su alcuni episodi decisivi nello svolgimento del conflitto, un naturale e necessario completamento a quanto la memoria bellica ci ha finora trasmesso. 

Dal 25 ottobre 2016 nelle librerie specializzate o acquistabile direttamente dall’Editore Itinera Progetti (www.itineraprogetti.com) - ISBN 978-88-88542-75-1. 

UN RAGAZZO DEL ’99 – DALL’ALTOPIANO DI ASIAGO AL CARSO

Un volume realizzato nell'ottobre del 2015 dalla ASC Fronte Sud in collaborazione con l’Associazione Cime e Trincee - una delle più attive realtà nel recupero e nella difesa della Memoria della Grande Guerra, ripercorre grazie alla disponibilità della famiglia il diario del giovane Roberto Polli, originario di Acquasparta in provincia di Terni, soldato nel primo conflitto mondiale. Arrivato al fronte a soli diciotto anni, ci rende una testimonianza assai accurata dei luoghi e delle tragiche vicende nelle quali si trovò scaraventato. E’ un fiume di ricordi trascritti alla fine del conflitto utilizzando spesso per carta la stessa modulistica delle Ferrovie nelle quali era stato assunto a guerra finita. Una prosa sorprendentemente curata e dalle note letterarie improntate al più trasparente e pietoso realismo ci riporta indietro di un secolo, tra i frangenti più dolorosi ma anche più umani della guerra, con una chiarezza che consente di ritrovare e rivivere la storia di luoghi sia in Altopiano che sul Carso ancora noti, dei quali nella parte finale del volume si trovano diverse rare immagini.

molti non tornarono - il destino di cinque soldati italiani nella grande guerra

Cinque soldati italiani incontrano il loro destino durante la Grande Guerra. Il dramma del conflitto vissuto da una generazione perduta, dalla Strafexpedition sul Pasubio alla resistenza sul Grappa, dagli assalti sull’Altopiano di Asiago all’Ortigara, dalle battaglie sull’Isonzo alla disfatta di Caporetto, alla riscossa sul Piave. Alpini, Artiglieri, Finanzieri e Fanti: veterani e “ragazzi del ‘99” scrivono qui con il proprio sacrificio le pagine della Storia più vera, quella delle loro vite ripercorse dopo un secolo grazie a contribuiti da tutta Italia e dall’Austria. Vinceranno sul campo uno degli eserciti più potenti del mondo, affrontando quei soldati Austroungarici nemici solo “nell’attimo supremo dell’incontro con Dio”. Rivivrete così disperati combattimenti e sconosciuti atti di pietà realmente accaduti, confusi sulle montagne più sperdute o negli ospedali da campo dove il destino di uomini semplici incrociò quello degli stessi Reali al fronte. Una narrazione appassionata rende unica questa coinvolgente testimonianza sulla Grande Guerra, impreziosita da oltre 200 fotografie molte delle quali inedite.

Dal 24 maggio 2015 nelle librerie specializzate o acquistabile direttamente dall’Editore Itinera Progetti (www.itineraprogetti.com)

DIE TIROLER KAISERJAGER IM WELTKRIEGE 1914-1919

Alcune delle importanti vicende della Grande Guerra in Altopiano sono testimoniate in un recente testo rivisto grazie al nostro Giovanni Dalle Fusine. “Die Tiroler Kaiserjäger im Weltkriege 1914-1918 - Voll. I - II”, questa era l’intestazione originale dell’opera, un saggio a cura di Ernst Wisshaupt, edito nel 1936 dall’Alt-Kaiserjäger-Klub e stampato dalla casa editrice viennese Franz Göth. Vi si narrà la storia dei Kaiserjäger fino al termine della Grande Guerra. Il I° volume consta di 86 illustrazioni, con una mappa e vari schizzi relativi alle battaglie, analizzando gli eventi bellici e l’inizio delle ostilità fino alla campagna di Russia del 1915. Il 2° volume relaziona sui fatti che videro il reparto dei “KJ” impegnato sul fronte italiano. L’impegno su troppi fronti è la variabile che ha influenzato l’esito di molte guerre, gli imperiali non fecero tesoro di ciò che storia aveva insegnato. Non bastarono l’indefessa fedeltà al trono, lo spirito di corpo che legava fraternamente un reparto all’altro, l’ardimento che animava ogni singolo militare: ogni conflitto si consuma quando viene meno una tra le forze contendenti. A monito rimangono migliaia di lapidi con incisi nomi e date. Purtroppo tanti di quegli eroi riposano ora tra gli ignoti, e in particolar modo questo si riferisce ai caduti austroungarici, la cui traslazione nei grandi sacrari comportò la perdita di molti nominativi. L’opera di Wisshaupt supplisce in parte a questa irriverenza, laddove egli ricorda uno dopo l’altro dozzine di soldati e i loro fatti d’arme. Estremo tributo a quanti si sacrificarono mantenendo fede al giuramento alla Bandiera.

ali dall'adige al brenta - DI lUIGINO CALIARO

Grazie alle rarissime immagini dell’ultimo libro di Luigino Caliaro il pubblico si è calato nel clima delle prime missioni aeree, dal deserto libico alle Alpi durante la Grande Guerra. Ma non si vedono solo velivoli, campi di volo, attrezzature ed equipaggi, peraltro con immagini rarissime. Sono infatti i volti e le parole dei protagonisti che rendono palpabili i sentimenti dei primi piloti, soli a migliaia di metri d’altezza nel loro piccolo apparecchio in legno e tela, senza alcuna strumentazione, protetti dal gelo delle alte quote da tenute improvvisate. Uno spirito pionieristico e d’ardimento che sopravviverà a lungo nell’aviazione italiana come testimonieranno il famosissimo “volo su Vienna” e il meno conosciuto ma altrettanto intrepido “raid su Innsbruck” del quale Luigino Caliaro ha mostrato alcune immagini eccezionali. “Ali dall’Adige al Brenta”, attraverso numerosissime riprese aeree di città e montagne del Veneto, ne riscopre inoltre l’antico profilo urbanistico e ambientale, ormai scomparso da un secolo. “Ali dall’Adige al Brenta”, un libro che non solo testimonia quanto in alto portino passione e competenza, ma soprattutto quanto le immagini, oltre alle parole, possano raccontarci la Storia. 

I SENTIERI DELLA GRANDE GUERRA – CORRIERE DELLA SERA – C.A.I. CLUB ALPINO ITALIANO 

Prestigiosa iniziativa editoriale a livello nazionale pubblicata da uno dei principali quotidiani, realizzata con la collaborazione del Club Alpino Italiano e di un pool di storici supportati dalle collezioni fotografiche messe a disposizione da diverse istituzioni fra le quali l’Archivio Dal Molin di Bassano del Grappa. Fra gli autori anche il Prof. Paolo Pozzato e il Prof. Mario Busana, relatori in due autorevoli interventi nel recente convegno di Cesuna "L'Altopiano di Gianni" organizzato dalla ASC Fronte Sud Altopiano Sette Comuni. La passione per la montagna e la riscoperta della Grande Guerra attraverso i suoi sentieri fin dai tempi del servizio militare, tutte cose che fra le altre accomunano spesso diversi degli autori di questa splendida pubblicazione e tanti fra i lettori, sono poi raccontati emblematicamente nella gallery che potete visitare di seguito qui sotto.

Fotografie gentilmente concesse da A.S.C. Fronte Sud Altopiano Sette Comuni, Prof. Mario Busana e Archivio Storico Ruggero Dal Molin, molte di loro scattate durante escursioni e incontri di carattere storico militare che Mario Busana, Paolo Pozzato e Ruggero Dal Molin hanno effettuato e realizzano anche a beneficio dei loro lettori regalandogli momenti unici di competenza e cultura storica in ambiente.


IN GUERRA CON IL 6° REGGIMENTO ALPINI (dal diario dell'Alpino Giocondo Bonotto, con fotografie dell’Archivio Storico Dal Molin)

I ricordi dell’Alpino Giocondo Bonotto dalla guerra di Libia al primo conflitto mondiale, la piana di Vezzena, il Cuckla e infine l’Altopiano dei Sette Comuni, si confondono con le gesta del Battaglione Bassano del 6° Reggimento Alpini. Una storia narrata e ricostruita da Paolo Pozzato e Giacomo Bollini grazie alla quale ci si cala nei teatri dei combattimenti anche grazie all’inedita e copiosa documentazione fotografica apportata dall’Archivio Storico Dal Molin e da altre fonti autorevoli. Il libro è stato pubblicato dalla ITINERA PROGETTI di Bassano del Grappa, uno dei più qualificati Editori italiani nel campo della Grande Guerra.


I RECUPERANTI (ristampa di un testo fondamentale per la storia dell'Altopiano scritto da Mario Rigoni Stern, Ermanno Olmi e Tullio Kezich)

Sono trascorsi quasi trent’anni da quando lessi per la prima volta gli “Appunti del servizio stampa n. 29”. Già pochi mesi dopo la pubblicazione a cura dell’editore e amico Pino Barolo, il volume sembrava essersi volatilizzato dagli scaffali delle librerie, troppo poche le copie stampate, fors’anche era già grande l’interesse per il tema trattato nelle pagine del libro. Il titolo richiamava subito al film “I Recuperanti”, la foto di copertina riportava una sequenza della fiction diretta da Olmi: due individui ai bordi di uno scavo, intenti ad estrarre delle granate. Ce n’era abbastanza per stimolare negli appassionati di reperti bellici il desiderio di possedere una copia dell’opera. Anacronisticamente sulla lettura del libro, vidi poi il film, trasmesso in tarda serata su un canale della tv nazionale, e fu, mi si passi il termine, un ritorno di fiamma. Sarà che molti dei luoghi usati per la location mi erano familiari, sarà che ero appena riuscito a strappare una breve intervista a Mario Rigoni Stern, ma sullo schermo televisivo quell’opera cinematografica prodotta con budget ben lontano dalla realtà hollywoodiana e interpretata da attori non protagonisti, mi concretizzava nella mente le immagini e i dialoghi fino ad allora percepiti solo attraverso la penna degli scenografi. Le baracche di malga Pozze, l’osteria Fontanella, i Lazzaretti, contrada Buscar e le trincee di Cima Ongara diventavano finalmente realtà. Giocoforza fu tornare a rileggere il libro, ora vedendo il tutto sotto una nuova luce rivelatrice. Approfondire le tematiche che Ermanno Olmi aveva trattato nel film divenne una azione naturale. Da allora ho cercato sui Sette Comuni i tanti vecchi “Du” che avevano fatto del recupero una professione, montanari “DOC”, taciturni, essenziali, realisti, in una parola: uomini. In molte circostanze arrivavo tardi, poiché l’età e gli acciacchi naturali avevano avuto la meglio sulla loro salute, come quando giunsi poco oltre la contrada Campanella di Gallio, in direzione Val dei Ronchi, e scoprii che nei paraggi un tempo abitava il “Toni Mato” de  “I Recuperanti”. Parlare con i suoi famigliari mi colmò un vuoto; ero a casa del personaggio, mi sentivo vicino al “Du”. Di Lunardi, di quell’uomo che “con i proventi del cine si era comprato le pecore”, volli sapere ogni cosa, arrivando a tenere in mano e leggere il suo foglio di servizio militare. Di secondo nome faceva Francesco, era stato emigrante in Germania, poi alpino sul Carso e in Altopiano, quindi ancora lavoratore in Francia fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, poi pastore sui pascoli montani, recuperante e infine attore. I parenti rievocavano la figura del nonno attribuendogli una personalità particolare. “Finita la scuola – mi dissero i nipoti Marina e Attilio -  aspettavamo con ansia il momento in cui nonno Antonio ci avrebbe raccontato fantastiche storie. Cento trame intrecciavano i suoi racconti che duravano settimane, perché tante erano le puntate con cui divideva le narrazioni; uno spasso per noi bambini”. E uno spasso lo deve esser stato davvero quell’ottantenne “artista per caso”, scritturato fortuitamente mentre stava beato all’osteria della Contrada Buso. Lo conferma Andreino Carli, il Gianni Lonigo del film che ancora oggi risiede sull’Altopiano: “Olmi mi diede la parte del reduce che torna dal fronte, mi notò mentre in processione percorrevo le vie della Rogazione. All’epoca avevo 26 anni e lavoravo come agente di commercio, mi occupavo di arredamenti da bar. Oltre a recitare avevo anche mansioni di interprete, perché il Toni parlava solo dialetto e non comprendeva le indicazioni del regista, perciò gli dovevo tradurre le battute in veneto, e confesso che il compito non fu tanto facile. Lunardi era come un bambino nel paese dei balocchi, non credo avesse ben realizzato che si stava girando un film, e in cuor suo sperava che le riprese non finissero mai. Parafrasando un luogo comune tanto caro a chi all’epoca era già anziano, Lunardi affermava di aver trovato l’America. Ah! Sti bisi de foresti – diceva – non potevano venirmi a cercare quaranta anni fa, quando ero più giovane e forte?” Parole, ricordi e rievocazioni che aggiungono pathos alla storia stupenda costruita da Olmi, Rigoni Stern e Kezich, esperienze su cui molti altopianesi potevano identificarsi, poiché la sorte di andar per ferri coinvolse migliaia di persone residenti sui Sette Comuni. Oggi solo pochi conterranei del “sergente” reduce dal fronte russo praticano questa attività. Sparsi per le contrade resistono alcuni arzilli pensionati che perpetuano le azioni dei padri, anche se con spirito diverso si aggirano con moderni strumenti elettronici per boschi e radure alla ricerca di cartucce e schegge di spoletta. È un lavoro che non rende più, anzi non è per nulla un impiego, ma un semplice passatempo mosso dalla passione. I nuovi recuperanti sono altra cosa e vengono da lontano, macinano chilometri in automobile da tutta Italia per arrivare sull’ex fronte alpino, con un bagaglio memorizzato di documenti e cartine topografiche tratte da pubblicazioni tematiche e da siti internet dedicati, sondano i campi di battaglia alla ricerca di cimeli. Quanto ricavato dalla raccolta non viene venduto a peso agli intermediari delle fonderie, ma accuratamente restaurato e gelosamente custodito. Buona parte di loro risulta appartenere ad associazioni storiche, all’interno delle quali si manifesta il confronto sui reperti, con approfondimenti e ricerche ben degni della più progredita archeologia. Li accomuna ai due personaggi diretti da Olmi solo il piccone usato per scavare lungo le trincee, perché in mezzo secolo tutto si è evoluto. Il radar usato per la ricerca è diventato metaldetector, gli oggetti da trovare non sono più piombo, ghisa e ottone in misura di quintali, ma piccoli reperti rappresentati da gavette, distintivi da berretto e bottoni, unitamente a tutte quelle cose che dopo un secolo di permanenza sul terreno sono ancora identificabili come testimonianze di storia vissuta e patita dai nostri nonni. Su forum e blog si caricano immagini di ritrovamenti che vanno a stimolare discussioni della durata di mesi e con centinaia di contatti, pagine e pagine telematiche lette da utenti residenti in ogni regione italiana, ma cliccate da cybernauti connessi dai vari continenti. Col passare del tempo la ricerca è divenuta oggetto di regolamentazione, con normative regionali che vincolano l’attività di scavo al rilascio di autorizzazioni e al possesso di un patentino. Restrizioni, per quanto necessarie, che farebbero sorridere i tanti Toni “Du” che col loro raccogliere hanno ripulito e bonificato i campi di battaglia; operai al comando di nessuno, senza orari da rispettare né contratti sindacali, desiderosi soltanto di godere degli spazi aperti, liberi di spaccarsi la schiena sulla china di un monte, o tra gli anfratti di una stretta valle. Come affermava Renzo Stefani, vecchio recuperante di Mezzaselva: “Il nostro è il lavoro più bello che il Signore ci ha dato”. Lo diceva qualche anno fa, disteso sul letto dalla sua camera, al secondo piano di una casa di riposo, lontano da quei boschi e pascoli che fino alla fine dei suoi giorni sognava di ripercorrere, col fedele piccone sottobraccio e sulle spalle lo zaino colmo di ferraglia. Desideri che quaranta anni prima Olmi attribuì ai dialoghi dei protagonisti nella sua pellicola: “…via da tutti per conto tuo senza donne e senza padroni”, testuale nel copione del film memorizzato con non poca fatica dal vecchio Lunardi per la scena in cui deve convincere Gianni a seguirlo. “…e se vuoi un consiglio tu che sei giovane, fai come me: vieni per le montagne, che c’è una fortuna”. Il vecchio Lunardi – ricorda ai giorni nostri Olmi – era già un personaggio di suo. Non si poteva dirigere Antonio secondo una modalità abituale; il fatto che non avesse le idee ben chiare su quello che stavamo facendo con la cinepresa, le luci e i vari strumenti di scena, si rivelò un vantaggio per me che dovevo dirigerlo e per il risultato a cui puntavo. Non cercavo di farlo emergere come un eroe negativo, moralmente antagonista del Gianni Lonigo. Ho voluto far apparire i due protagonisti con lo stesso valore, semplicemente l’uno il riferimento di dialogo per l’altro. Entrambi sono figure positive, pur nella evidente differenza di età e cultura. L’eroe negativo che si voleva evidenziare con la pellicola è la guerra, nel senso ampio della parola, quindi ogni conflitto in cui qualcuno vuol essere vincitore sugli altri. La guerra innegabilmente ha permesso ai profughi ritornati sulle ex zone del fronte di ricavare di che vivere dai resti delle battaglie, ma non ho voluto mostrare col film che anche la distruzione si porta appresso qualcosa di vantaggioso e possa alla fine eleggersi a fonte di sostentamento economico. L’unica cosa buona di una guerra è che ci fa capire il valore della pace”. E ben lo hanno capito oltre mezzo secolo fa i tanti raccoglitori di metallo all’opera sulle trincee dell’Altopiano. Ogni volta che frammischiate al metallo riaffioravano le povere ossa dei caduti, il pensiero andava a quei poveri giovani soldati,  nemici per imposizione altrui  e non per scelta propria. Loro, prima di altri, toccarono con mano la violenza dei combattimenti. Ricordare quegli originari cercatori è il fine della presente ristampa, perché i nuovi recuperanti scoprano quali radici ha la loro passione.

Giovanni Dalle Fusine – giugno 2014

Ristampato “I Recuperanti - Appunti del servizio stampa n. 29”. Dopo quasi 30 anni dalla prima edizione, la casa editrice asiaghese Tipografia Moderna ripropone in libreria quello che, a buon diritto, si può definire il primo volume dedicato agli appassionati della ricerca di reperti tra le trincee della Grande Guerra. Nel 1985 le copie del volume a tiratura limitata andarono subito a ruba, pur trattandosi di una pubblicazione rivolta al ristretto pubblico di cultori che si erano entusiasmati col film di Ermanno Olmi. Il libro non finì mai tra i banchi dei mercatini rionali, ma custodito gelosamente dai proprietari, guardando ad esso come ad una rarità che il passare del tempo avrebbe sicuramente impreziosito. Lo stesso film del regista Olmi, altopianese di adozione, circola online su vari siti web, cliccato periodicamente da migliaia di visitatori alla ricerca delle scene più emblematiche. L’opera cinematografica oggi è considerata un cult dai recuperanti moderni, che armati di sofisticati metaldetector sondano i campi di battaglia, magari proprio tra i boschi dove i protagonisti, Gianni Lonigo, interpretato da Andreino Carli e il vecchio Du, impersonato da Antonio Lunardi, giravano le scene della fiction nel 1969. Il volume ristampato riporta fedelmente i dialoghi dei vari attori, le location e le annotazioni che i tre autori: Kezich, Rigoni Stern e Olmi elaborarono per il film prodotto dalla RAI Radiotelevisione Italiana. La figura di Toni Lunardi è stupendamente introdotta la “sergente”, che ci racconta risvolti interessanti del “Toni mato”, alpino reduce delle battaglie tra Malga Fossetta e Cima Caldiera. Unica novità nella nuova edizione, la prefazione di Giovanni Dalle Fusine, già autore di numerose pubblicazioni dedicate ai recuperanti di reperti bellici. == “I Recuperanti”, Ediz. Tipografia Moderna Asiago. In edicola e librerie, costo: 15,00 Euro.