MONTE CENGIO 

Il nome di una montagna diventato leggendario con la “sua” Brigata Granatieri di Sardegna (1° e 2° Reggimento). All’alba del 29 il fronte che questa occupava si estendeva per oltre 14 chilometri con il 1° Granatieri fra Monte Barco – Monte Belmonte e il 2° sulla linea Treschè – Conca – Fondi – Cavrari – Cesura – pendici del Lemerle. Il 30 maggio alle 6,30 del mattino il 2° Granatieri aggiunge la quota 1.332, a nord di monte Cengio e punta su malga del Costo dove si erano trincerati gli austriaci. Sotto il fuoco dell’artiglieria nemica la 12^ Compagnia comandata dal Capitano Tonini, reduce di Sidi Ali in Libia, si lancia sulle postazioni nemiche dove l’ufficiale cade colpito a morte. Altre compagnie accorrono ma i Granatieri sono falciati dalle mitragliatrici. Fra loro quelli della 14^ e in particolare quelli del 3° plotone comandato dal sottotenente Carlo Stuparich che viene però circondato e annientato; l’ufficiale, pur di non cadere in mani nemiche, si uccide con un colpo di pistola: sarà decorato con la Medaglia d’Oro al valore.

Intorno a Cesuna invece la mischia è ancora più furibonda. I Granatieri del 1° Reggimento partono per quattro volte all’assalto alla baionetta venendo decimati. I pochi superstiti incalzati dal nemico iniziano a scendere per la Val Canaglia che porta in pianura la quale sta per essere irrimediabilmente investita dall’ondata austriaca. A questo punto lo stesso Generale Pennella si mette al comando delle tre compagnie di riserva e raccolti intorno a sè i pochi superstiti tenta un disperato contrattacco. Con lui l’Onorevole Bissolati, Alpino, in quei giorni presente presso il comando della Brigata Granatieri di Sardegna. Quei pochi uomini riescono in extremis a salvare le sorti della battaglia così come i Granatieri del 1° impegnati sul Belmonte. L’indomani, preceduti da un intenso bombardamento, gli austriaci riescono ad avvicinarsi alle postazioni italiane sulle pendici del Cengio dove si accendono scontri corpo a corpo furibondi. E anche il giorno successivo, senza più protezione della nostra artiglieria, i Granatieri respingono continuamente gli austriaci alla baionetta. Il giorno 3 gli austriaci riescono a insinuarsi sul Busibollo da dove minacciano le spalle delle linee italiane. Qui cade la Medaglia d’Oro Granatiere Alfonso Samoggia, l’eroico portaordini della famosa “divina bugia”, mentre il vicino comando di battaglione di q. 1152 viene investito in pieno dagli austriaci. Assediato con i suoi uomini in una caverna adibita a posto di mediacazione, il Maggiore Ugo Bignami, prima di cadere prigioniero, resiste a colpi di moschetto fino all’ultima cartuccia; dei suoi 670 Granatieri quasi 470 sono ormai fuori combattimento. Il sottotenente Teodoro Capocci, che gli combatteva a fianco, cade ai suoi piedi crivellato di colpi.

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Avevano tenuto fede all'ordine impartito dal Generale Pennella per iscritto il 22 luglio: "A nessun ufficiale che abbia il comando di un reparto è consentito di abbandonarlo mentre si combatte, sia pur ridotto a un solo uomo: se tutti i gregari muoiono a maggior ragione devono morire sul posto gli ufficiali".  Nel frattempo sul vicino Cengio dalle 9 e dopo il medesimo violento bombardamento gli scontri sono corpo a corpo; esaurite le munizioni, spesso Granatieri e Austriaci precipitano avvinghiati negli strapiombi. Quelle balze ancora oggi chiamate “il salto del Granatiere”. Intanto sullo Zovetto e sul Lemerle la Brigata Liguria del generale Achille Papa resisteva. Anche qui il nemico non era passato. L'intera zona del Cengio è considerata Sacra alla Patria (con Legge 534 del 27 giugno 1967). A riprova dei cruenti scontri di allora, ancora nel novembre del 2012, sotto un bosco di faggi, un appassionato ricercatore della Associazione Forte Maso di Valli del Pasubio, fra le profonde trincee di quel lontano 1916, ha rinvenuto i resti di un soldato italiano ignoto (fotografie contemporanee di Stefano Aluisini).