L'ALTOPIANO IN GUERRA

Durante la Grande Guerra l'intero Altopiano di Asiago fu un crocevia per la storia della futura Europa; uomini di tutte le nazionalità, alcuni dei quali diventeranno molto famosi, vivranno in questi luoghi una delle esperienze più drammatiche della loro vita.

“Sull’Altopiano, comprese le bombarde pesanti da trincea, non v’erano meno di mille bocche da fuoco. Un tambureggiamento immenso, fra boati che sembravano uscire dal ventre della terra, sconvolgeva il suolo. La stessa terra tremava sotto i nostri piedi. Quello non era tiro d’artiglieria. Era l’inferno che si era scatenato. Trombe di terra, sassi e frantumi di corpi si elevavano, altissimi, e ricadevano lontani. Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna”. (Emilio Lussu da: “Un anno sull’Altipiano”)

Il bombardamento italiano sullo Zebio - nel settore centrale dell'Altopiano di Asiago, a sud della zona dell'Ortigara (Archivio Storico Dal Molin - Collezione Rodighiero)

Anni di guerra e di terribili battaglie, la più nota resterà quella dell’Ortigara - la montagna situata nella parte nord occidentale dell'Altopiano di Asiago - che lasciarono segni indelebili nel territorio e nelle genti così come ebbe a scrivere Mario Rigoni Stern in uno dei suoi articoli più noti:

“... vado dove c’erano i baraccamenti austriaci sul versante che guarda la Valsugana, e ancora per camminamenti, per trincee sconvolte, ricoveri scoperchiati, buche profonde dove affiorano, tra pietre macinate, pali, reticolati, resti di armi, bombe: questa è la vetta dell’Ortigara, oggi. A quota 2101 c’è la croce austriaca con i nomi dei reparti Feldjager e Kaiserschutzen; e più sopra, a quota 2105, la colonna spezzata degli Alpini: “per non dimenticare”. Queste rocce ora bianche perchè lavate dall’acqua e dalla neve, vennero prese dopo nove giorni di assalti, qui i resti delle più belle compagnie alpine resistettero per altri sei giorni ai contrassalti dei migliori reparti di Von Conrad, al bombardamento di mille cannoni. Finchè i lanciafiamme li bruciarono: era il 25 giugno 1917 e dopo quattro giorni sull’Ortigara era silenzio.

Il campo di battaglia dell'Ortigara sotto il fuoco in una fotografia aerea del 13 giugno 1917

Come oggi, forse. Ma migliaia e migliaia di giovani sui vent’anni coprivano immobili queste pietre bianche e sconvolte che scivolano sotto il passo. Dopo, quando finì la guerra, dissero che fu errore di generali, che mancò lo sfruttamento della conquista e tante altre cose ancora. Ma che giovava ormai? Scendo dai Ponari verso Campigoletti, il sole è ancora sopra le Cime di Brenta e sento la campana del Lozze che suona leggera nell’aria limpida: sarà forse un pastore o un vecchio di allora che vorrà così salutare, in questa sera tranquilla, i morti dell’Ortigara” (Mario Rigoni Stern da: “Il Giorno” – 26 giugno 1967).

Una vecchia cartolina che ritrae il campo di battaglia dell'Ortigara nel primo dopoguerra

La "colonna mozza" di Cima Ortigara (q. 2.105) e la campana nelle fotografie di Stefano Aluisini

Profonde trincee sulle pendici dell'Ortigara, nella parte settentrionale dell'Altopiano di Asiago: il terreno è totalmente sconvolto dai bombardamenti delle artiglierie

Il Santuario della Madonna di Caravaggio al Buso di Gallio (Altopiano sud orientale) durante la Grande Guerra

Il Santuario della Madonna di Caravaggio al Buso di Gallio (Altopiano sud orientale) oggi (fotografia di Stefano Aluisini)

I resti del forte italiano Campolongo con alcune sentinelle in una fotografia austro-ungarica

Il forte italiano del Verena distrutto dalle artiglierie austro-ungariche nel 1915

Le abitazioni del centro di Asiago in fiamme durante i bombardamenti del maggio 1916

Uno scorcio del centro di Asiago distrutto alla fine del primo conflitto mondiale

Dalla bellissima rivista bimestrale TREKKING&OUTDOOR n. 277 – aprile 2015 – “I sentieri della Grande Guerra: Speciale Altopiano di Asiago”. Articoli di Fabio Guglielmi e Severino Ripamonti. Fotografie di Mirko Carollo, Unione Montana Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, Marco Cavazza, Denis Lunardi, Archivio Storico Dal Molin (Ruggero Dal Molin e Stefano Aluisini). Due splendidi reportages sul “Sentiero della Pace” e sui “Sentieri della Memoria” uniti ad alcuni percorsi escursionistici corredati da note storiche e fotografie d’epoca. Il numero è disponibile in edicola o sfogliabile in sintesi su www.trekking.itdove si trovano anche gli estremi per gli abbonamenti.

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Alcune delle vicende della Grande Guerra sul fronte dell'Altopiano, sono testimoniate in un recente testo rivisto dal nostro Giovanni Dalle Fusine. “Die Tiroler Kaiserjäger im Weltkriege 1914-1918 - Voll. I - II”, questa era l’intestazione originale dell’opera, un saggio a cura di Ernst Wisshaupt, edito nel 1936 dall’Alt-Kaiserjäger-Klub e stampato dalla casa editrice viennese Franz Göth. Vi si narrà la storia dei Kaiserjäger fino al termine della Grande Guerra. Il I° volume consta di 86 illustrazioni, con una mappa e vari schizzi relativi alle battaglie, analizzando gli eventi bellici e l’inizio delle ostilità fino alla campagna di Russia del 1915. Il 2° volume relaziona sui fatti che videro il reparto dei “KJ” impegnato sul fronte italiano: Monte Piano, Tolmino, Col di Lana, Valparola, Lagazuoi, Pordoi, Sesto, Sella del Sief, Forcella di Fontana Negra, Adamello, Monte Maggio, Monte Gusella, Priaforà, Monte Giove, Pasubio, Zugna Torta, Monte Cimone, Ortigara, Tagliamento, Piave, Grappa, Monte Sisemol, Monte Longara, Meletta, Canove, Monte di Val Bella, Col del Rosso, Monte Pertica, Monte Testo, Monte Corno, Coston, Monte Majo. In questo tomo finale un capitolo viene pure dedicato all'impiego delle formazioni d'assalto, in particolare su Monte Majo, Ortigara, Monte Rochette, Riva, Adamello, Carzano, Monte Piano, Costa di Salò, Prezzo nelle Giudicarie, Castelgomberto, Tondarecar, Badenecche, Meletta e Monte Val Bella.

L’opera originale, ovviamente in lingua tedesca, termina con i ritratti dei comandanti dei reggimenti e con quelli dei decorati. In appendice la lista dei caduti appartenenti ai 4 reggimenti Kaiserjäger nel corso della guerra contro Italia, Serbia e Romania, un totale di 560 ufficiali e 13.940 soldati. Pagine cariche di storia, arricchite con dovizia di particolari dalla ricerca di Ernst Wisshaupt, che all’epoca della pubblicazione ricopriva il grado di maggiore, con incarico di “segretario archivista”. Un documento importante, di cui una sezione ha recentemente ottenuto la pubblicazione in edizione italiana grazie alla scrupolosa traduzione dello scledense Giancarlo Fontana. Il grande interesse prodotto dalla stampa del 1° volume sui KJ tirolesi, ci spinge oggi ad occuparci della seconda ed ultima parte della cronaca redatta da Wisshaupt. Se Pasubio, Priaforà e Monte Maggio divennero punti chiave per lo sviluppo della “Spedizione Punitiva”, altrettanto importanti risultarono le battaglie sostenute dagli jager sull’Altopiano di Asiago e sul Monte Grappa.

Nel 1917, dopo un estate di relativa calma, gli eventi precipitavano nei mesi autunnali. In seguito allo sfondamento austrotedesco di Caporetto, il comando italiano ordinava l’abbandono delle linee nord dell’Altopiano ed il ripiegamento sulla linea di resistenza, che correva a sud di Asiago. La pressione militare austriaca si espresse subito con rapidità. Il 10 novembre gli imperiali iniziavano una sequela di attacchi continui che portava alla crisi delle linee italiane. Gli italiani, perduto il monte Longara, dovettero ritirarsi improvvisando una nuova linea sulle alture a sud della piana compresa tra Treschè Conca a Gallio. Questa si proiettava decisamente a nord, dopo Gallio, in direzione del massiccio delle Melette, importante gruppo montuoso che permetteva il controllo sulla Val Brenta. In quei monti, divenuti allora tristemente famosi, Zomo, Fior, Castelgomberto, Spil, Miela e Badenecche, si combattè furiosamente per due settimane. Il 4 di dicembre, tuttavia, assaltatori austriaci penetravano le linee sabaude da est, accerchiando un’intera divisione italiana per il 75% distrutta. La nuova flessione costringeva gli italiani a ritirarsi a sud della Val Frenzela, sui monti Valbella e Col del Rosso, dove si doveva resistere ad ogni costo, come stava contemporaneamente accadendo sul vicino monte Grappa. L’ennesimo assalto austriaco, portato all’antivigilia di Natale, portava ad una ulteriore ritirata italiana. Furono perduti Valbella, Col del Rosso e Col Ecchele (da allora definiti I Tre Monti) e gli italiani furono costretti a ripiegare sull’ultima catena di alture interposta tra l’altopiano ed il suo bastione meridionale. Alla fine di gennaio le linee contrapposte mutarono nuovamente di sede. Gli italiani, infatti, con un brillante attacco riconquistavano i “Tre monti” ripristinando la situazione di dicembre. Il nuovo fronte, adesso, correva dal ciglio della Val d’Assa, passava davanti a Cesuna, sul Kaberlaba, sui monti Echar e Costalunga per terminare a Valbella e Col del Rosso, prima di scendere in Val Brenta. Sulle nuove trincee si schieravano anche truppe inglesi e francesi, combattendo sull’Altopiano sino al termine del conflitto. L’Austria-Ungheria, ormai allo stremo delle risorse, tentava l’ultimo grande assalto il 15 giugno del 1918. Il fronte dell’Altopiano resistette all’urto, tranne una piccola inflessione a Cesuna, nel settore britannico, e la rinnovata perdita dei “Tre monti”. Col del Rosso, Valbella ed Ecchele saranno di nuovo italiani dopo il vittorioso contrattacco del 30 giugno, in cui gli austriaci persero quasi 2000 prigionieri. La guerra era ormai sulla via della fine. Dopo un’estate di scaramucce l’autunno portò l’agognato epilogo. Lo sfondamento sul Piave costrinse gli austriaci nel settore degli altipiani alla ritirata, inseguiti dalle truppe alleate. Il 4 novembre 1918 cessava il frastuono delle armi. I Sette Comuni potevano finalmente riposare e curare le sue gravi ferite. Se grande fu l’impegno del maggiore austroungarico, encomiabile possiamo definire oggi la traduzione di Fontana, vero cultore degli eventi bellici legati alle “sue montagne”, a quelle cime che da anni egli percorre, rievocando i fatti d’arme che vi si combatterono. La sua passione per le fonti archivistiche ha reso più completa la trasposizione in lingua italiana dall’originale tedesco in “fraktur”, offrendo al lettore una cronaca fedele di quanto avvenne tra le trincee a lungo contese, fino alla firma dell’armistizio e nei campi di prigionia, nella lontana Puglia, dove si infranse l’orgoglio nazionalistico dei “cacciatori del Kaiser”. Ancora una volta il resoconto dello storico Wisshaupt è puntiglioso e ricco di informazioni, basato sulla documentazione dei vari reggimenti, e rinforzato dalle testimonianze dei protagonisti. Molti passaggi del testo risultano toccanti, in particolar modo quelli legati alla conquista delle Melette, dove gli assaltatori profusero il massimo sforzo contro le poderose difese italiane. Personalmente, e con malcelato campanilismo, trovo questa seconda parte della traduzione più degna di studio della precedente e molto utile a capire la realtà bellica che sconvolse il territorio dei Sette Comuni. Tanti sono i riferimenti nei capitoli a contrade e amene località, che sorge spontaneo il desiderio di tornare a visitare quei luoghi ove gli scontri raggiunsero livelli epici da parte di entrambi i contendenti. Ancora oggi, durante il periodo primaverile, quando la neve lentamente si ritira, basta uno sguardo sui pascoli per scorgere dove l’artiglieria infierì più duramente, e quale fosse l’intricato reticolo delle trincee. È grazie ai rapporti degli ufficiali che comandavano i piccoli gruppi di assaltatori, trascritti in questo volume, torniamo nell’inverno 1917 – 1918, si ripercorrono le via d’attacco, i luoghi di ammassamento delle riserve e quelli di riposo per la truppa decimata. Ora su Ghertele, Val d’Assa e Val Frenzela non riecheggia più l’eco del cannone, la vegetazione è rigogliosa e le malghe di stagione in stagione accolgono migliaia di bovini per l’alpeggio. Nulla di questo paradiso terrestre videro i soldati del Kaiser, per i quali l’Altopiano significava solo un baluardo trincerato che vietava loro l’accesso alla Pianura Padana. Rifornire questi uomini di mezzi atti ad offendere fu una impresa colossale, tale e quale alle fatiche richieste per sfondare su un terreno ostico quale si presenta quello montano. Le problematiche legate alla fame, alle condizioni climatiche avverse e ai rifornimenti, sono esaustivamente spiegati nel diario, ma altrettanto peso è attribuito dall’autore al valore del soldato italiano e alla inesauribile forza della sua macchina bellica. Ci stupiamo quasi nel leggere i numeri relativi alla cattura di numerosi prigionieri, non tanto per le capacità strategiche degli austroungarici, quanto per la folta schiera di combattenti che il Regio Esercito ebbe a lanciare nella mischia, a difesa della scacchiere montano. Migliaia di fanti e alpini vennero disarmati e spediti nelle retrovie di Vezzena, Galmarara e Campomulo, altrettanti ne giunsero a rimpiazzo. Lo stesso non fu possibile ai KJ, con gli effettivi che si assottigliavano ad ogni spallata e i magazzini in retrovia svuotati dalla macchina bellica. L’impegno su troppi fronti è la variabile che ha influenzato l’esito di molte guerre, gli imperiali non fecero tesoro di ciò che storia aveva insegnato. Non bastarono l’indefessa fedeltà al trono, lo spirito di corpo che legava fraternamente un reparto all’altro, l’ardimento che animava ogni singolo militare: ogni conflitto si consuma quando viene meno una tra le forze contendenti. A monito rimangono migliaia di lapidi con incisi nomi e date. Purtroppo tanti di quegli eroi riposano ora tra gli ignoti, e in particolar modo questo si riferisce ai caduti austroungarici, la cui traslazione nei grandi sacrari comportò la perdita di molti nominativi. L’opera di Wisshaupt supplisce in parte a questa irriverenza, laddove egli ricorda uno dopo l’altro dozzine di soldati e i loro fatti d’arme. Estremo tributo a quanti si sacrificarono mantenendo fede al giuramento alla Bandiera.

Anni di guerra e di terribili battaglie, la più nota resterà quella dell’Ortigara - la montagna situata nella parte nord occidentale dell'Altopiano di Asiago - che lasciarono segni indelebili nel territorio e nelle genti così come ebbe a scrivere Mario Rigoni Stern in uno dei suoi articoli più noti: