il soldato del lemerle

(un libro di Alessandro Gualtieri e Giovanni Dalle Fusine)

Esistono luoghi ove la Storia si è fatalmente compenetrata nella natura che è stata sua testimone, restandovi spesso prigioniera, specialmente quando il progresso vi ha meno infierito e se la fitta ricrescita dei boschi ha imprigionato sotto il terriccio e le radici i resti scomparsi di uomini e cose. Chiunque, risalendo per gli splendidi sentieri del Monte Lemerle, non può quindi non cedere alla tentazione di sentire nel calmo vento che soffia tra gli abeti secolari l’eco dei suoni e delle voci di un tempo perduto. Un tempo di guerra e di dolore, di violenza e di coraggio, che cent’anni fa qui vide affrontarsi in disperati combattimenti i giovani di mezza Europa. E quando oggi alcuni studiosi, con grande spirito altruistico e infinita dedizione alla Memoria di quei terribili giorni, seguendone il sottile filo ormai perduto si sono ancora una volta addentrati nella magia di questi luoghi silenziosi, è parso quasi naturale che la grande abetaia si decidesse infine a svelargli uno dei suoi tragici segreti. Così grazie a “Il Soldato del Lemerle” di A. Gualtieri e G. Dalle Fusine possiamo riaprire una vera pagina perduta del nostro comune passato, riletta dagli autori sia con il rigore e la scientificità del ritrovamento archeologico che con l’animo pietoso di chi ha rinvenuto, dopo un secolo, i resti perduti di quelli che furono i nostri più valorosi maggiori.

Il ritrovamento è casuale ma ciò che il terreno rende ai ricercatori sotto un elmetto “Adrian” è prima di tutto un colpo al cuore: “... ora nella buca si distinguono bene le mandibole, il cranio è spaccato in tre o quattro punti... più a destra le ossa delle spalle, la cuffia di un avambraccio. Il soldato è davanti al nostro stupore; uno dei 650 mila Caduti italiani sul campo della Grande Guerra. Un padre di famiglia, un figlio, un fratello, un marito, un ignoto. Con gli occhi lucidi mi allontano dallo scavo...”. E l’esame svolto dai tecnici su quella che si rivelerà essere probabilmente una sorta di fossa comune, a fianco del soldato italiano, rivelerà la presenza di un militare austroungarico, leggermente più giovane, anche lui si ritiene investito dallo scoppio di una granata. Un flash-back non realistico ma assolutamente reale ci riporta quindi direttamente nella foga dei combattimenti di allora, approfondendone la genesi da un punto di vista storico ma anche quello che per i due soldati ignoti ne fu l’esito mortale, indagandolo persino sotto l’aspetto medico legale. Se con queste analisi potevano già dirsi così ampiamente ed egregiamente onorati sia l’obbligo didattico dello storico che l’intraprendente spirito del più tenace ricercatore, Gualtieri e Dalle Fusine sono andati persino oltre. E non solo perché con un’iniziativa privata hanno innescato e accelerato volutamente quello che la burocrazia pubblica di solito tende a stancheggiare. Ma perché soprendentemente alla fine del libro sono proprio i ricordi, le voci, le parole e le grida di quei due soldati che rivivono e si affrontano corpo a corpo tra le esplosioni delle granate a farci piombare in mezzo al bosco schiantato e falciato dalle raffiche delle mitragliatrici. Fino a quel bagliore rovente che in un istante li avvolge scaraventandone in alto i corpi martoriati, le cui povere membra ricadendo a terra sembrano quasi volersi infine affratellare almeno nel momento supremo. Fino a una mattina di cent’anni dopo, quando il destino ha deciso fosse giunto il momento di rivelare l’esistenza del loro sacrificio, affinché mani pietose ne raccogliessero le spoglie disperse, sottraendole alla terra per ricongiungerle alla silenziosa legione dei loro compagni, che da allora riposa nel grande Sacrario. Un libro davvero unico nel suo genere che non può assolutamente mancare nella piccola biblioteca di ogni appassionato della Grande Guerra

(recensione e fotografie di Stefano Aluisini – ASC Fronte Sud, 7/7/2017).